Nel testo metafisico, realista, assurdo, di certo profondamente significativo e inquietante di Antonio Tarantino, può accadere che una giovane kamikaze, dopo essersi fatta esplodere, torni a portare questo crudo messaggio ai suoi genitori e al mondo.
La casa di Ramallah narra un viaggio metafisico attraverso la Palestina martoriata: un padre e una madre trascorrono le ultime loro ore con la figlia Myriam, percorrendo la strada che li conduce dove si compirà il suo destino di kamikaze. Il treno su cui i tre viaggiano, annulla la distanza di pensiero fra la nostra realtà e quella del mondo arabo. Il dialogo irragionevole eppure toccante fra i tre, fitto, dolente, pieno di autosuggestioni e fanatismi, ma anche di verità del cuore, incatena l’attenzione del pubblico, forse sconvolto da genitori che accondiscendono a una simile scelta, forse ferito da immagini cui quotidianamente assistiamo in tv… Immagini che paradossalmente, attraverso il linguaggio teatrale, ci colpiscono con maggior violenza. In ciò sono complici la scrittura straripante, ossessiva dell’autore e la sferzante, partecipe regia di Antonio Calenda, che con questa messinscena prosegue deciso nel percorso dedicato ai grandi drammaturghi contemporanei italiani. Di straordinario spessore il cast che il regista sta coinvolgendo nel progetto. Svelati per ora i nomi di Daniela Giovanetti – che presterà la propria recitazione rigorosa e vibrante alla terrorista – e di uno dei massimi maestri della nostra scena: Giorgio Albertazzi, che assumendo il ruolo del Padre in questo spettacolo, avvia un prezioso periodo di collaborazione con lo Stabile regionale.
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